Ieri, a distanza di un mese, si sono riaperti i processi della morte di Calipari per mano di soldati americani.
Brutta storia quella che accadde un mesetto fa, la morte dell'agente italiano in piena azione di recupero della giornalista Giuliana Sgrena: ieri entrambe le "parti" chiamate in causa, ovvero U.S.A. e Italia, hanno redatto relazioni secondo loro versioni, ovviamente diverse, su ciò che accadde quella notte. Il rapporto degli inquirenti italiani fa leva su una lunga serie di punti, tra i quali insufficiente preparazione militare e stress dovuto dalla permanenza in Iraq, per portare avanti in maniera pesante l'accusa che mira il dito sui soldati americani, e ancor più pesante, come un macigno, l'accusa di copertura di prove da parte dei marines, perchè attesta la loro reale coscienza dell'errore commesso e una disonestà nell'omettere le prove della loro madornale svista; azioni come lo spostare la Toyota Corolla, la vettura che trasportava gli italiani, e la rimozione dei bossoli di armi per terra, suonano come la proverbiale "zappa sui piedi" per l'esercito americano.
Se gli italiani calcano la mano, gli americani, come previsto, stemperano cercando bagliori nel buio per provare l'innocenza dei propri militari, tentando anche di scavare per accollare negligenze professionali ai funzionari italiani, quali omissioni di dichiarazioni di passaggio al blocco stradale e accelerazione ingiustificata dinanzi il blocco tenuto dai marines.
Lo sfondo di questa situazione è una crisi tra governi dei due Paesi? Ambasciate impazzite e muro tra i diplomatici? Nient'affatto.
Prontissime le telefonate dei "potenti" dei due Paesi, sempre ben attenti a costruire davanti ai media un felice quadretto di amicizia tra i governi, quando c'è chi vorrebbe nascondere la verità (naturalmente a noi sconosciuta) per salvare le proprie teste: i due resoconti sono diversi, matematico che uno dei due è sbagliato, o peggio volutamente sbagliato, e questo può essere un gran pericolo da correre per la giustizia riguardo a ciò che accadde quella notte, in cui si è perso un cittadino italiano mentre lavorava per mano di "fuoco amico"; errori cosi non li possiamo ammettere, non poteva, anzi non doveva succedere.
Vero è anche che, tutti coloro che si aspettavano un'Italia arrendevole in questo episodio, pronta a chinarsi davanti gli Stati Uniti, dedita al proprio ruolo di Paese subalterno, sono stati delusi, e io ne sono felicissimo.
Nonostante il sodalizio esistente tra Italia e America, almeno questa volta il nostro Paese non ha abbassato la testa per venir contro gli interessi del colosso d'oltreoceano, ma si è preso la briga di voler far luce su un caso che ha visto la morte di un italiano molto probabilmente per negligenza di soldati americani; chi era già pronto a puntare il dito contro un'Italia che avesse paura di vedersela con il suo presunto "padrone", ha dovuto ricredersi alla vista della nostra nazione pronta a volere la propria giustizia, obbligando il partner politico-economico-militare a fare i conti con le proprie colpe e i propri dubbi.
Il bel rapporto instaurato tra i Paesi non verrà scalfito, anche grazie all'azione di diplomazia di chi realmente vuole questa amicizia, pronto per propri interessi a tutto pur di non far tramontare la relationship internazionale: troppi interessi in campo perchè ciò accada. Io non mi sento di giudicare la bontà o meno di questo rapporto, ma mi sento in pieno di giudicare bene l'atteggiamento dell'accusa italiana in questo caso, pronta (nonostante tutto) a fare chiarezza, anche contro tutti i pronostici.